Perché è impossibile abbattere i muri culturali

Principio di Identità e non contraddizione: Popoli ed Individui

Si sa, l’identità è importante. Ma quanto?

La filosofia, come sempre ci viene in aiuto.

Una delle prime, se non la prima in assoluto, speculazione circa il concetto di identità viene fornitaci da Aristotele con il principio di identità e di non contraddizione. Tale principio risulta fondamentale in tutta la storia della filosofia, da quella antica a quella contemporanea perché ci ha permesso di identificare (scusate la tautologia) un determinato ente senza possibilità di cadere in errore. Ebbene si, perché un ente in quanto tale può essere solo se stesso (ha quindi una identità ben precisa) e non può essere diverso da se stesso (non può quindi contraddirsi essendo uguale a qualcosa di diverso da sé). Insomma, tanti paroloni per dire che io sono io e non sono chiunque altro.

Naturalmente il concetto di identità ha poi subito delle evoluzioni nel corso del tempo e tra le speculazioni dei vari autori. Tuttavia, il principio sopra descritto rimane come fondamento di tutta la speculazione circa l’identità. Ora, so che potrebbe risultare difficile per alcuni, però vorrei chiedere a coloro che stanno leggendo questo articolo di fare uno sforzo mentale ed allargare questo concetto ad un popolo.

Che cosa otteniamo?

Otteniamo che i Francesi sono Francesi e non Italiani, e viceversa; che i Tedeschi non sono Cinesi (e viceversa) e che i Congolesi non sono Kenyoti (e viceversa); e cosi a lungo andare, per tutti i popoli del mondo. Adesso arriva il momento di ammettere la non bastevolezza della mera speculazione filosofica, e di appoggiarci quindi all’antropologia per continuare il nostro discorso. Tuttavia, i più svegli di voi avranno già capito dove sto andando a parare. Non è possibile, cioè, negare il principio di identità e di non contraddizione sia di un ente che di un popolo.

Ma che cosa rende un popolo tale? Cosa ci permette, cioè di definire esattamente un popolo?

Per rispondere a questa domanda, torniamo mentalmente a circa cinque milioni di anni fa, quando la nostra linea evolutiva si separò da quella delle grandi scimmie attuali, permettendo cosi la nascita del genere Homo. Evitando di perderci in chiacchiere evoluzioniste, darò direttamente ragione ai più accaniti lettori dicendo che biologicamente non esistono le basi per una ipotetica superiorità di una razza umana rispetto ad un’altra. Gli esseri umani, quindi, sono tutti uguali e sapete perché? Perché deriviamo tutti da una singola migrazione probabilmente avvenuta tra i 150.000 e 170.000 anni fa. Se ne sono fatta di strada i nostri antenati.

Quindi è vero, gli africani non sono migliori o peggiori degli europei che a loro volta non sono migliori o peggiori degli abitanti della Nuova Guinea, perché siamo tutti rami dello stesso ceppo.
Però è innegabile che ci siano delle differenze a livello fenotipico e culturale. Di quelle fenotipiche è perfino inutile discutere, in quanto semplici adattamenti a condizioni ambientali differenti. Ma su quelle culturali si fonda il nostro stesso discorso, si fonda cioè l’idea che un popolo non possa essere che uguale a se stesso e che questa identità debba essere mantenuta.

Per chi voi sostenesse che l’identità di un popolo non ha più senso di esistere, chiedo a mia volta di annullare anche la sua identità personale, perché le due sono strettamente collegate. Se pensate che è possibile mantenere una vostra identità al di fuori dell’identità specifica e culturale, non solo state cadendo in una fallacia quasi pari al terrapiattismo, ma state anche piegando secoli di storia e di filosofia per adattarle ad una speculazione priva di fondamenti.

L’identità non è solo frutto genetico, ma soprattutto culturale. Ed ecco la risposta alla nostra domanda di prima. Ciò che rende un popolo tale (e quindi esattamente uguale a se stesso ed uguale a nessun altro) è proprio la cultura. Ma cos’è la cultura?

L’antropologia definisce la cultura come l’insieme dei prodotti materiali ed intellettuali propri di un popolo e quindi di una determinata regione geografica. Eh si, cavolo. Popolo, cultura e regione geografica. Ma prima che voi possiate gridare al nazionalsocialismo o al fascismo e spegnere il dispositivo sul quale state leggendo questo articolo in preda alla rabbia e all’indignazione, permettetemi almeno di terminare il mio discorso, in virtù di quel principio di libertà assoluta di cui vi fate araldi.

Secondo quanto detto prima in modo (spero) abbastanza chiaro, l’identificazione di un ente dipende direttamente dal principio di identità e di non contraddizione. Conseguentemente anche un popolo è direttamente identificabile grazie allo stesso principio che permette quindi di affermare con certezza che esso è uguale a se stesso e a nessun altro.

Ma cos’è un popolo?

Un insieme di persone (enti) che condividono una cultura (insieme di prodotti materiali ed intellettuali) ed una regione geografica. Rinunciare alla propria identità di popolo significa rinunciare non solo alla cultura e al territorio in cui si è insediati, ma soprattutto rinunciare alla propria identità personale, la quale è data in gran parte da quella specifica e culturale. Ecco perché è assurdo pensare di poter annullare le differenze, di poter distruggere i confini e le barriere culturali, che sono i muri che ci rendono esattamente quello che siamo, né migliori né peggiori di altri popoli, ma comunque Italiani.

Stefano Sannino

Commenti

  1. Cristian

    Come sarebbe bello che questo genere di pensieri, lineari e tutto sommato semplici, si facesse più strada all’interno delle nuove generazioni. Ne abbiamo bisogno.

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