Marco Tullio Cicerone

Marco Tullio Cicerone, il più importante esponente dell’eclettismo latino, nacque ad Arpinio nel Lazio meridionale il tre gennaio del 106 a.C. da una famiglia di ordine equestre. Sin dalla giovinezza si distinse per le sue abilità oratorie e fu condotto dal padre a Roma per approfondire gli studi. Quivi conobbe Quinto Mucio Scevola, Marco Antonio l’Oratore e lo stimatissimo Sulpicio Rufo. Ebbe due grandi passioni nella vita, la prima, e certamente quella per cui maggiormente è conosciuto, è la politica, a cui si approcciò dopo una breve carriera militare dove servì sotto Pompeo Strabone e Lucio Cornelio Silla. La seconda è la filosofia a cui contribuì scrivendo il primo vocabolario filosofico in lingua latina e di cui lasciò una chiara testimonianza d’amore nel De Officiis, libro la cui bellezza ci è testimoniata anche dal Doctor Gratiae, il vescovo di Ippona Agostino, il quale gli è debitore poiché tale libro ha segnato la sua prima conversione, quella alla scienza di Talete.
Egli negava la possibilità che si possa conoscere la verità in maniera assoluta, ritenendo questa indissolubilmente legata, maggiormente o minormente, alla menzogna. Tuttavia il suo pensiero è intriso da una forma permanente di probabilismo, il bene non è ciò che è assolutamente bene ma ciò che lo è probabilmente. Tutto si riduce a un mero calcolo di probabilità, alla scelta tra il possibile e il quasi certo, determinato non da leggi prestanziate ma dalla soggettività della visione e dal singolo e specifico caso. Indipendentemente dalla relatività della cosa, è necessario però seguire le regole della logica, la quale come un setaccio divide il probabile dall’improbabile. Accettando quel che i sensi trasmettono, l’uomo deve ricercare il senso comune, cioè quello cui gli uomini ed in particolar modo i dotti ritengono essere veridico. Il comune consenso è fondato su certezze innate, cosa che lo avvicina al platonismo.
Proprio il comune assentire sull’esistenza di dio ne fa per lo stesso la prova di maggiore certezza; tutti i popoli adorano i loro dèi e nonostante la lontananza tutti hanno coscienza dell’esistenza di una forza intramondana o ultracosmica che guida secondo una presciente provvidenza le cose. Quel che ci unisce al dio è l’anima, la quale, in totale dissenso con i presocratici, non è formata da principi materiali (come affermavano i Milesi), né da parti o da atomi (come concordavano gli atomisti e gli epicurei) ma è totalmente divina (qui si può leggere il termine divino come immateriale, etereo, per utilizzare un termine scolastico semplice). L’immortalità è garantita da questa divinità dell’anima, perciò egli ritiene totalmente infondate le paure e le preoccupazioni proprie di chi teme la morte.
Al pensiero teologico si oppone quello fisico, il quale è dominato eternamente dalle tenebre dell’insipienza, del dubbio e dell’incertezza. Tenebre intramontabili ed insuperabili che simili alla leopardiana siepe o ancor meglio al muro montaliniano ci impediscono di penetrare l’essenza delle cose. Se il velo di Maya si può strappare le tenebre non si possono diradare, la natura è aprioristicamente irrisolvibile nel pensiero. Tuttavia non dobbiamo completamente rigettare le questioni fisiche, esse sono un ottimo esercizio per la mente e permettono di poter osservare l’uomo secondo una prospettiva diversa.
Cicerone nel 64 a.C. presentò la sua candidatura al consolato per l’anno successivo, pose al centro della sua campagna elettorale la concordia ordinum, la sinergia tra l’ordine equestre e quello senatorio, in una concezione spiccatamente elitaria. Essa conduceva naturalmente al consensus bonorum, al consenso di coloro che si definivano i “buoni” per eccellenza: gli optimates. Tutto ciò era necessario per ritrovare l’armonia perduta a causa della prima guerra civile e per ristabilire gli equilibri ormai minati da una plebe ritenuta sempre più perniciosa e paradossalmente nemica della repubblica, di ciò che per eccellenza ha natura “pubblica”. Per il nostro oratore la società ha una natura precostituita e gerarchicamente stabile, una società solida (da non intendersi nell’accezione datagli da Bauman) e solidamente fondata sul dominio dei migliori. Indubitabilmente conservatore e tuttavia pragmaticamente, nelle scelte di vita da lui molte volte operate, dinamico e progressista. Se da un lato vi è il console intransigente ed integerrimo che mise a morte Catilina, dall’altro vi è l’oratore politicamente sconfitto ma moralmente fiero che in contrasto con gli ideali poco prima professati supplica il dittatore Cesare per i propri amici e conoscenti. Non è possibile definirlo ipocrita: nonostante tutto, ha saputo piuttosto adattarsi e seppure è entrato in contrasto con ciò che ha sempre pensato non l’avrebbe mai rinnegato. La storia non lo dipinge certamente come uno dei più impavidi latini, tuttavia non avrà timore, nella seconda filippica, a declamare una delle frasi più belle e più coraggiose che l’umanità abbia conosciuto: <<Defendi rem publicam adulescens, non deseram senex; contempsi Catilinae gladios, non pertinescam tuos>> (Ho difeso la repubblica da giovane, non l’abbandonerò ora che sono vecchio; non ho avuto paura delle spade di Catilina, non temerò le tue).
Tra le sue opere più amate e contrastate ritroviamo certamente il De amicitia, nel quale l’autore denuncia i rapporti falsi ed utilitaristici, elogiando al contrario quelli sinceri e disinteressati. L’amicizia è amore, forse la forma più pura, la più alta e la più passionale tra tutte le sue forme, infatti a differenza dell’eros in essa non vi è interesse né l’uno primeggia sull’altro ma ogni cosa è l’azione comune e concorde di una dualità che diventa singolarità. La ricchezza e la gloria sono passeggere, il piacere rende l’uomo più simile alle bestie, l’unica cosa permanente e degna di interesse è la virtù e il mezzo migliore per raggiungerla è l’amicizia, qui intesa non come conoscenza mediocre tra due individui ma come profondo e sincero connubio. Guardare un amico è guardare a se medesimi, cosa chiarita già nel De senectude quando afferma “pares cum paribus facillime congregantur” (i simili facilmente si frequentano), e dà sollievo nelle difficoltà e nei pericoli: se uno è pavido con un amico diviene coraggioso e pronto ad affrontare tribolazioni per amore dello stesso.
L’uomo è fondamentalmente un esploratore, ricerca cose che già esistono, le assume e le trasforma, così come l’ape prende il polline e lo trasforma in dolce miele. Tuttavia non basta semplicemente conoscere, bisogna sapere. Ora la conoscenza è l’agire “cum-scientia” usufruendo di quel che abbiamo acquisito e riutilizzandolo. La sapienza è invece l’assaporare le cose, l’equilibrarle così come farebbe un cuoco unendo diversi elementi e creando dalla sabbia cattedrali: non a caso ha la medesima radice di saporito. Per unire le varie cose assemblandole nel più conforme dei modi possibili è necessario guardare verso l’alto e misurarsi con ciò che è più grande di noi per questo il nostro autore afferma che la sapienza è conoscenza delle cose divine ed umane (Sapientia est rerum divinarum et humanorum scientia) ma forzando la frase potremmo dire anche che la sapienza è una cosa divina e una scienza umana. Sebbene la prima forma sia la più esatta, la seconda rappresenta meglio il pensiero di Cicerone, un uomo con i piedi per terra e la testa tra le nuvole.

Nello Maruca