L’anno dei quattro Imperatori e Tito Flavio Vespasiano

Morto suicida Nerone (giugno del 68), l’impero fu nelle mani di Servio Sulpicio Galba, governatore dell’Hispania Tarraconensis – parte nord-orientale della penisola iberica – sostenuto dalle legioni ribelli di stanza in Gallia. Egli, tuttavia, commise il grave errore, registrato da Tacito, di non corrispondere i consueti donativi alla temibile guardia pretoriana: «alle sue parole non seguirono né doni né lusinghe. Tuttavia i tribuni, i centurioni e i soldati più vicini risposero acclamandolo. Gli altri, però, erano mesti e silenziosi perché avevano perso, con la guerra alle porte, dei donativi che si davano perfino in tempo di pace. Eppure quel vecchio troppo parsimonioso avrebbe potuto conciliarsi gli animi anche con una gratifica di minima entità. Gli fu fatale il severo rigore di stampo antico, che ormai male si concilia con la nostra epoca».

I pretoriani allora, sobillati da Marco Salvio Otone, governatore della Lusitania, assassinarono l’anziano imperatore assieme al figlio adottivo Pisone Liciniano, favorendo l’ascesa al trono del loro benefattore, Otone. Quest’ultimo, una volta imperatore, dovette però presto far fronte alla pericolosa ribellione delle legioni renane, le quali avevano proclamato Cesare il loro generale, Aulo Vitellio, sostenuto anche da Aquitania e Provenza. Schierate dalla parte di Otone erano invece le province di Dalmazia, Pannonia, Mesia, Spagna, Giudea (dove si trovava allora il nostro Vespasiano) e le altre province asiatiche, nonché quelle fondamentali di Egitto e Africa, veri e propri granai dell’Impero. Tutte queste forze non fecero però in tempo ad accorrere in difesa del loro princeps: le legioni fedeli a Vitellio, valicate rapidamente le Alpi, misero in crisi lo schieramento di Otone e i suoi generali. Il più esperto di questi, Svetonio Paolino, passato alla storia per la decisa repressione della rivolta britannica guidata da Boudicca, suggerì prudentemente di temporeggiare, attenendo i forti rinforzi in arrivo dall’area danubiana, che avrebbero certamente capovolto i rapporti di forza. L’imperatore, tuttavia, sostenuto dal fratello e dal prefetto del pretorio, decise di ingaggiare subito battaglia, anche e soprattutto sulla base di un presunto favore divino. Lo scontro, però, arrise a Vitellio… «La guerra civile è stata aperta da Vitellio, quello è l’inizio della contesa in armi per il principato: voglio costituire un esempio, perché non si combatta per esso più di una volta. Da tale esempio giudichino i posteri Otone»: questo l’ultimo discorso del vinto, che si trafisse con la sua spada.

Le legioni danubiane, ancora in marcia verso l’Italia, non si rassegnarono affatto a questi sviluppi cui non avevano potuto prendere parte, arrivando a sostenere la candidatura del generale Vespasiano, protagonista della violenta guerra giudaica. Questi, stabilitosi in un primo momento ad Antiochia di Siria, decise di inviare in Italia i suoi generali Antonio Primo, dalla Siria, e Muciano, dalla Mesia, per poi trasferirsi ad Alessandria, essendo necessario un sicuro controllo di questa provincia. I suoi uomini non mancarono di soddisfare le sue aspettative, sconfiggendo i “vitelliani” nella seconda battaglia di Bedriaco, presso Cremona (lo stesso sito in cui Vitellio aveva trionfato su Otone).

Entro poco tempo, le forze di Vespasiano giunsero a Roma, trovando un Vitellio rifugiatosi nel palazzo imperiale: condotto nel foro romano «attraverso l’intera via Sacra, con le mani legate, un laccio al collo e la veste strappata, lungo l’intero percorso, Vitellio venne fatto oggetto di ogni ludibrio a gesti e con parole, mentre era condotto con una punta di spada al mento e la testa tenuta indietro per i capelli, come si fa con i criminali». Egli fu poi «scannato» per le vie di Roma, dopo otto mesi e cinque giorni di regno. Un curioso aneddoto: poco prima dell’arrivo delle truppe a Roma, i “flaviani” presenti in città furono vittima di violentissimi massacri, arrivando a barricarsi sul Campidoglio; in questo frangente, il figlio minore di Vespasiano, Domiziano, si dice riuscisse a fuggire travestito da sacerdote di Iside.

Vespasiano aveva ora raggiunto il vertice. Ma quali erano le sue origini? Egli nacque in Sabina (9 d.C.), presso l’antico Vicus Phalacrinae, odierna Cittareale (provincia di Rieti), da una famiglia di ceto equestre: stando alle fonti, egli fu educato in campagna sotto la guida della nonna paterna, arrivando a sviluppare un forte attaccamento ai luoghi di origine che non si smorzò nemmeno quando divenne imperatore. Piuttosto brillante la sua carriera militare e governativa, che lo condusse in Tracia, Germania, Britannia, Africa proconsolare e, infine, in Grecia e Giudea. Proprio in Grecia, al seguito di Nerone, rischiò seriamente di cadere in disgrazia presso il princeps «poiché, mentre l’imperatore cantava, o si allontanava troppo spesso o sonnecchiava alla sua presenza», narra Svetonio. Per sua fortuna, così non andò, e Vespasiano ottenne il governatorato dell’ostile provincia di Giudea, dove intraprese una feroce guerra contro i ribelli che conobbe momentanea sospensione a seguito della morte di Otone, per poi essere portata inesorabilmente a termine da Tito, primogenito di Vespasiano e suo successore nell’impero.

Nonostante la sua carriera fosse di prim’ordine, Vespasiano, di origini tutto sommato piuttosto umili e dunque non poco superstizioso, ebbe necessità di fortificare la sua posizione, ammantandola di una legittimità necessaria tanto al popolo, al Senato e all’esercito, quanto a lui stesso. Di qui gli episodi di natura miracolosa verificatisi durante la sua lunga permanenza ad Alessandria, in attesa degli sviluppi italici, a riprova del sostegno divino di cui godeva; essi sono narrati da Tacito. «Ad Alessandria si verificarono molti prodigi, segno manifesto del favore celeste e della predilezione dei numi per lui. Un popolano di Alessandria, noto per aver perso la vista in seguito a una malattia, si butta ad abbracciargli le ginocchia implorandolo tra i singhiozzi di rimedio alla cecità: seguiva il consiglio del dio Serapide, venerato in modo speciale da quel popolo superstizioso, e pregava il principe che si degnasse di bagnargli con la saliva le guance e le palpebre. Un altro, storpio d’una mano, ispirato dallo stesso dio, pregava Cesare che gliela premesse con la pianta del piede». Dopo aver consultato dei medici, i quali gli avevano risposto che il successo avrebbe procurato gloria a Cesare e il ridicolo di un eventuale insuccesso sarebbe ricaduto sui due infermi, eseguì «con volto sereno» i gesti prescritti, curando i malati.

L’impero di Vespasiano, in cui si curò con particolare attenzione la gestione delle finanze pubbliche, terminò con lo stesso stile con cui era iniziato: anche sul letto di morte, il princeps riuscì ad attingere al consueto umorismo, affermando «purtroppo temo che mi stia trasformando in un dio». All’ultimo momento, invece, volle rizzarsi in piedi affermando che solo così doveva morire un imperatore. Era il 23 giugno del 79: aveva 69 anni, un mese e sei giorni.

Carlo Alberto Rebottini