Appio Claudio Cieco

 

Appio Claudio Cieco nacque nel 350 a.C. nella prestigiosissima gens Claudia, una delle più antiche per quanto riguarda il ristretto patriziato romano. Come da naturale procedura, date le sue origini familiari, intraprese un raggiante cursus honorum dove, nell’arco degli anni, ricoprì quasi tutte le più importanti cariche pubbliche e militari, alle quali alternò una cospicua attività letteraria e oratoria; morì nel 271 a.C. Venne soprannominato “Cieco” poiché, secondo la leggenda, venne punito dalle divinità per il suo tentativo sacrilego di fondere il pantheon greco-romano con quello celtico e con quello germanico. Fu censore nel 312 a.C. e, in quanto tale, dovendo stilare la lista dei senatori, vi incluse cives che erano definibili sicuramente benestanti ma, allo stesso tempo, che non avevano mai avuto a che fare con nessuna magistratura; da ricordare che ci stiamo muovendo in un momento nel quale i plebei avevano da poco conquistato l’accesso alle magistrature maggiori, in seguito alla secessione sul colle Aventino, e il loro numero rimaneva estremamente minoritario.

 

Non molto tempo dopo propose una riforma riguardante il sistema di divisione in tribù che vigeva nella società romana, distribuita in quattro tribù urbane e in tribù rustiche, il cui numerò variò dalle sedici di età monarchica fino ad arrivare alle trentuno nel 245 a.C. Le fonti sono discordanti sull’esatto contenuto di questo secondo provvedimento, ma possiamo affermare con certezza che la protagonista di tale misura fu la plebe urbana. Appio Claudio suggerì che i plebei risiedenti nell’area cittadina, obbligati a iscriversi nelle quattro tribù urbane, fossero liberi di registrarsi sotto una qualsiasi unità, così da ottenere maggior peso politico rispetto a quello conferito dal ristretto numero di tribù urbane[1]. Tentativi molto coraggiosi, considerando il periodo storico alto repubblicano in cui si trovava, infatti entrambi incontrarono la severa opposizione dell’aristocrazia più radicale: in particolare i consoli in carica nel 311 a.C. si rifiutarono di convocare il senato sulla base delle nuove liste prodotte dal censore e utilizzarono quelle precedenti. Anche l’altra riforma godette di bassa fortuna, dato che nel 304 a.C. i nuovi censori si adoperarono per confinare nuovamente i membri della plebe romana nelle quattro tribù urbane. In quel periodo vi furono altri due importanti cambiamenti a Roma, molto vicini alla linea politica di Appio Claudio ma non direttamente a lui ascrivibili tramite le fonti in nostro possesso. In primis venne applicato un diverso sistema di censo dei cittadini, che si basasse non solo sui terreni agricoli e sulla quantità di bestiame ma anche sul capitale mobile in metallo prezioso, andando così a dare maggior peso economico e politico nell’ordinamento centuriato a personalità che non appartenessero all’aristocrazia terriera. In secundis è in quegli anni che inizia a circolare la prima vera moneta romana, detta moneta romano-campana poiché veniva coniata da zecche campane ma su ordine della città laziale. Da questi eventi molti storici traggono la conclusione che la politica di Appio Claudio fosse votata a una direzione più democratica, se non a tratti perfino demagogica.

 

Eppure, ciò non esclude che egli fosse uno dei cives più rispettosi del mos maiorum e sempre pronto a servire la patria in caso di bisogno. Venne eletto console nel 307 a.C. e successivamente nel 296 a.C. ed entrambi i mandati furono condivisi con Lucio Volumnio Flamma Volente, per il quale non nutriva amicizia ma sentimenti spesso ostili. Durante il loro secondo consolato i magistrati dovettero dividersi, a causa della minaccia su due fronti contro la Res Publica: Appio Claudio si diresse in Etruria con metà dell’esercito consolare, per fronteggiare degli indipendentisti etruschi, mentre il collega fu inviato verso sud per affrontare gli irriducibili sanniti. Ormai da qualche anno Roma stava combattendo quella che passerà alla storia come la terza guerra sannitica. I nemici dell’urbe decisero di coalizzarsi per porre fine allo strapotere romano nella parte centrale della penisola, unirono le loro forze e così fecero anche i due consoli: misero da parte le loro ampie divergenze e si batterono contro il nemico ottenendo una decisiva vittoria contro l’armata etrusco-sannita nella battaglia di Clusium. Una nuova coalizione anti-romana si formò l’anno successivo, costituita da etruschi, sanniti, umbri e galli. Verranno sconfitti nella cruciale battaglia di Sentino nello stesso anno, concedendo così a Roma una perpetua posizione di vantaggio per tutto il resto del conflitto. Sempre nel 295 a.C., Appio Claudio Cieco e il suo collega Lucio Volumnio, in qualità di proconsoli, sconfissero gli ostili sopravvissuti a Sentino nei pressi di Caiazia, in Campania. In seguito, Appio Claudio ricoprì due volte la carica di dittatore in momenti di grande bisogno: nel 292 a.C., nella delicata fase finale della guerra contro i sanniti, e nel 285 a.C., per fronteggiare la minaccia gallica all’Umbria romana.

 

Sono a lui riconducibili i meriti per la costruzione di due delle prime grandi opere pubbliche romane: il primo acquedotto dell’urbe, detto Aqua Appia, lungo circa sedici chilometri e con la portata di trentaquattromila metri cubi d’acqua giornalieri – indicatore delle necessità di approvvigionamento idrico a cui una città in continua crescita come Roma andava incontro – e la realizzazione della Via Appia, denominata dai romani stessi la “regina viarum” (regina delle strade), la quale collegava la capitale con la città di Capua, per poi essere successivamente estesa fino ad arrivare alla greca Brindisi, destinazione non casuale che suggerisce l’interesse del censore Appio Claudio verso un’espansione indirizzata in Magna Grecia. Da sempre egli dimostrò uno spiccato interesse verso la cultura ellenica.

 

A differenza dei suoi colleghi senatori, si dedicò con grande zelo all’attività letteraria, considerata una perdita di tempo e un infruttuoso spreco di energie dalla classe politica dell’epoca. Possiamo oggi collocare Appio Claudio Cieco nella lista dei primi, se non il primo in assoluto per alcuni, intellettuali latini interessati all’otium letterario e alla filosofia. Purtroppo quasi tutta la sua produzione è andata perduta, eccezion fatta per tre frammenti, due originali e uno tràdito, della sua opera “Sententiae”, una raccolta di massime, scritte in versi saturni, dal carattere moralistico e filosofico. Nonostante la sua scarsa presenza nei manuali moderni, dovuta anche alla carenza di fonti dirette sul personaggio, Appio Claudio veniva considerato dalle generazioni successive come un massimo uomo politico e letterato, citato più volte in diverse opere come modello di oratoria e di scrittura. Cicerone, nella sua orazione in difesa di Marco Celio, si servì della figura retorica della prosopopea per impersonare temporaneamente l’illustre membro della gens Claudia, utilizzandolo come ammonimento verso Clodia, la quale stava attualmente disonorando la memoria dei suoi antenati con i suoi comportamenti indegni. Durante la sua interpretazione, Cicerone, mascherato figurativamente da Appio Claudio, ne rimarca i pregi tipici del vir romano rispettabile, insieme a quelle che venivano considerate le sue tre imprese più importanti: l’orazione pronunciata in senato per opporsi alla proposta di pace di Pirro re dell’Epiro, ritenuta da numerosi intellettuali latini un notevole esempio oratorio da imitare, la costruzione del primo acquedotto della storia di Roma e la realizzazione della imponente Via Appia.

 

Ancora oggi gli storici si dividono quando si tratta di dare un giudizio lineare sull’operato di Appio Claudio Cieco; è certo però che si tratti di una delle figure più influenti nel panorama umano dell’epoca alto repubblicana e di uno dei più importanti fautori della crescita della Res Publica moderna, lontana da quella arcaica, che maturerà appieno a cavallo tra il II e il I secolo a.C.

 

Roberto Del Frate

 

 

 

[1] Ogni tribù esprimeva un solo voto, dunque i plebei ne avevano a disposizione solo 4, pur essendo la maggioranza dei cittadini (n.d.R).